Ci sono scrittori per i quali la lingua è una casa. Per Agota Kristof è stata, almeno in parte, una perdita.
L’analfabeta è un libro molto breve, quasi scarno. Poche pagine nelle quali Kristof racconta alcuni momenti della propria vita: l’infanzia in Ungheria, l’amore precoce per la lettura, la fuga dal paese, il lavoro in fabbrica, l’arrivo in Svizzera e infine la conquista faticosa di una lingua nuova. Ma dietro questa apparente semplicità c’è una domanda molto grande: che cosa resta di una persona quando è costretta ad abbandonare anche la lingua nella quale ha imparato a pensare?
Agota nasce in Ungheria nel 1935. Da bambina legge continuamente. I libri sono già allora una forma di distanza dal mondo quotidiano, qualcosa che permette di stare altrove anche restando fermi. Poi la storia irrompe nella sua vita.
Nel 1956, dopo la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, fugge dal paese insieme al marito e alla figlia ancora piccola. Attraversano il confine e arrivano in Svizzera. Kristof si stabilisce nella zona francofona, a Neuchatel.
Non conosce il francese.
È qui che il titolo L’analfabeta assume il suo significato più doloroso. Non si tratta naturalmente di una donna che non sappia leggere o scrivere. Al contrario: Kristof è una lettrice vorace e scrive fin dall’infanzia. Ma improvvisamente si trova immersa in un mondo nel quale le parole che possiede non servono più.
Sa pensare, leggere, scrivere. Eppure non sa leggere ciò che la circonda.
È una forma particolare di analfabetismo: sapere di avere una lingua e scoprire che, nel luogo in cui si vive, quella lingua non apre più nessuna porta.
La lingua nemica
Kristof definirà il francese una lingua nemica. Non perché lo disprezzi, ma perché quella lingua arriva nella sua vita attraverso una frattura. Deve impararla perché è necessario lavorare, comunicare, vivere. E per farlo deve progressivamente allontanarsi dalla lingua nella quale era cresciuta.
Durante i primi anni in Svizzera lavora in fabbrica. Le giornate sono scandite dal lavoro e da una vita molto diversa da quella immaginata per sé. Intanto studia il francese.
La conquista della nuova lingua è lenta.
Ed è forse proprio questa difficoltà a spiegare qualcosa dello stile che renderà poi riconoscibile la sua narrativa.
Chi legge Il grande quaderno o gli altri libri della cosiddetta Trilogia della città di K. incontra una scrittura essenziale, severa, quasi priva di ornamenti. Le frasi sono brevi. Le emozioni raramente vengono spiegate. I fatti vengono mostrati con una precisione che a volte può sembrare crudele.
Non è una scrittura che cerca di sedurre il lettore attraverso l’eleganza della frase. Cerca piuttosto di eliminare tutto ciò che non è necessario.
È difficile non mettere questa scelta in relazione con il rapporto di Kristof con il francese.
Scrivere in una lingua appresa da adulta significa non poter fare affidamento sull’automatismo. Ogni parola deve essere scelta. Ogni costruzione deve essere controllata. Quello che per uno scrittore madrelingua può essere istintivo, per lei diventa decisione.
La povertà iniziale della lingua può trasformarsi così in una forma di precisione.
Perdere una lingua senza perderla davvero
L’esilio linguistico non significa però che l’ungherese scompaia.
Resta la lingua dell’infanzia, della memoria, della famiglia, dei primi libri. Proprio per questo il rapporto con il francese rimane ambiguo: è la lingua attraverso la quale Kristof riuscirà a diventare una scrittrice conosciuta, ma è anche la lingua che le ricorda continuamente ciò che ha dovuto lasciare.
È uno dei nuclei più forti de L’analfabeta: l’esperienza dell’emigrazione non viene raccontata soltanto attraverso i luoghi o gli avvenimenti politici, ma attraverso le parole.
Cambiare paese significa cambiare il modo in cui si nominano le cose. E forse anche il modo in cui le si pensa.
Quando una persona perde la possibilità di usare quotidianamente la propria lingua madre, non perde soltanto un vocabolario. Perde una rete di associazioni, suoni, ricordi, sfumature che si è costruita durante tutta l’infanzia.
Imparare una nuova lingua da adulti significa costruire una seconda casa sapendo che la prima continua a esistere da qualche parte.
Una scrittura che non spiega
Questa esperienza aiuta anche a comprendere perché nei romanzi di Kristof sia così importante ciò che non viene detto.
I suoi personaggi raramente analizzano se stessi. Non spiegano continuamente le proprie emozioni. I sentimenti vengono lasciati emergere attraverso azioni, ripetizioni, assenze. Nel grande quaderno, per esempio, la violenza della guerra viene raccontata attraverso lo sguardo dei due gemelli protagonisti con una freddezza quasi insostenibile. Il lettore non viene guidato moralmente: deve osservare ciò che accade e decidere da solo come interpretarlo.
È una scrittura che diffida della spiegazione. Forse perché chi ha dovuto ricostruire il proprio rapporto con le parole sa quanto facilmente le parole possano diventare insufficienti.
La lingua di Kristof sembra continuamente chiedersi: quanto posso togliere prima che il significato scompaia? E spesso scopre che si può togliere moltissimo.
Perché leggere l’analfabeta?
L’analfabeta non è semplicemente il racconto della formazione di una scrittrice. è un libro sull’appartenenza.
Cosa significa sentirsi parte di un luogo? Basta viverci? Basta conoscerne la lingua? E che cosa accade quando il paese che si è lasciato continua a esistere soprattutto nella memoria?
Kristof racconta tutto questo senza trasformare la propria esperienza in una dichiarazione programmatica. Non costruisce un mito di sé. Non presenta l’esilio come una prova che l’ha resa necessariamente più forte. Ne mostra soprattutto il costo. Ed è forse proprio questa sobrietà a rendere il libro così intenso.
Dietro la scrittrice celebrata internazionalmente rimane la ragazza che leggeva in Ungheria e la giovane donna che, arrivata in Svizzera, deve imparare di nuovo a leggere il mondo.
Il paradosso è che proprio quella lingua straniera, conquistata con tanta fatica, diventerà lo strumento attraverso il quale Agota Kristof riuscirà a costruire una delle voci più riconoscibili della letteratura europea contemporanea.
Forse per questo L’analfabeta lascia una sensazione particolare dopo la lettura. è un libro sulla perdita, ma anche sulla tenacia necessaria per continuare a scrivere quando persino le parole che conosci da sempre sembrano non appartenere più al luogo in cui vivi.
E racconta una cosa che riguarda anche chi non ha mai conosciuto l’esilio: la lingua non è soltanto uno strumento con cui raccontiamo ciò che siamo. è una parte di ciò che siamo.
Autore: Agota Kristof
Editore: Casagrande
Anno/Edizione: 2025
Condizioni: Ottime
Note:
ISBN: 978-88-7713-426-4
Prezzo: euro 8 – Copia unica
